La devastazione di una scossa poco profonda

C’è un’anomalia in questo terremoto che ha portato per l’ennesima volta vittime e danni nella martoriata Penisola. È la scarsa profondità alla quale si è liberata la potenza accumulata nella roccia. «Tra cinque e sette chilometri appena, e questo ha portato più facilmente l’onda distruttrice ad abbattersi sulla superficie e provocare disastri e crolli» spiega Andrea Tertulliani, primo ricercatore e direttore di sezione dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia Ingv.

Punto originario

Se l’ipocentro, cioè il fatidico punto originario, fosse stato più in basso — come in genere era accaduto in passato — il suolo avrebbe attutito l’impatto negativo. Così i sensori sono stati attivati da un impulso che ha raggiunto i 6 gradi della scala Richter, registrando il sisma più potente dopo quello dell’Aquila del 2009 (5.9 gradi della scala Richter).

«Perché si sia manifestato in questo modo è impossibile dirlo. Sono molti i fattori che entrano in gioco nel generare la faglia diffusa su un’estensione di una trentina di chilometri — aggiunge Tertulliani —, un dato che riusciamo a valutare considerando la superficie coperta e le sequenze dei sismi minori dirette verso l’Umbria e succedutisi dopo la scossa principale. Anche per questo sisma la causa principale è sempre la stessa; vale a dire lo scontro fra le due placche che hanno dato origine agli Appennini e alle Alpi».

La placca africana

Si tratta in particolare della placca africana che spinge verso nord andando a scontrarsi con la placca euroasiatica. E l’Italia si trova in una zona che mostra pure altri frazionamenti con scontri incrociati di forze che portano il mare Tirreno ad allargarsi e l’Adriatico a restringersi. Da questo infernale scenario geologico nasce il triste record che abbiamo di essere uno dei Paesi più sismici della Terra.

Purtroppo, dal punto di vista scientifico, il terremoto della notte scorsa rientra nella «normalità» di un’area altamente sismica, dunque con elevata pericolosità. Un territorio capace di esprimere, nel corso della sua storia, eventi abbastanza simili; come i terremoti quasi gemelli del 1639 e 1646 o l’altro dagli effetti comparabili del 1703. «Anche se non vuol dire niente — spiega Tertulliani — bisogna notare che qui da un po’ di tempo non si registravano eventi violenti. Tra il terremoto dell’Aquila e questo, comunque, non c’è alcun collegamento. Ognuno è stato originato da una propria faglia e le due sono separate tra loro. Tutto il sottosuolo dell’Appennino è spezzettato». Da questa situazione deriva anche la sismicità di fondo che segna in continuazione l’intera Penisola con movimenti frequenti su valori tra due e tre gradi della scala Richter, che per fortuna non provocano danni e non fanno notizia, ma che testimoniano di una condizione del suolo sempre a rischio di cui essere coscienti.

Micro fratture

Proprio per le sue caratteristiche la zona investita dal sisma è costellata da strumenti di rilevazione. «I dati che raccogliamo però — nota amaramente lo scienziato dell’Ingv — ci servono per mantenere una costante osservazione e per cercare di capire il fenomeno sperando un giorno di arrivare a individuare in anticipo qualche segnale degli eventi che oggi ci colgono all’improvviso».

Lo sforzo di indagine che si compie è notevole e coinvolge altri gruppi. «Dall’Umbria alla Campania sono numerosi gli studi che abbiamo in corso sulle faglie attive — ricorda Paolo Messina, direttore dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Cnr — e in particolare effettuiamo approfondimenti sulla microzonizzazione, cioè sulle fratture minori disseminate nel sottosuolo, importanti per valutare il pericolo».

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