Civitavecchia – L’AdSP ad un passo dal default. La politica (unanime) chiede il commissariamento dell’ente

Invece di lavorare ha sempre preferito sciare. Ora se la prende con i giornalisti che scrivono della sua inettitudine a gestire Molo Vespucci (fino a ieri eravamo i soli a farlo). Total Erg l’ultimo capitolo del presidente raccomandato da Giorgio Napolitano ma la Procura deve fare chiarezza anche sulla vicenda PAS e sul traffico di influenze per il bacino di carenaggio

CIVITAVECCHIA – Non vogliamo medaglie per aver iniziato, in tempi non sospetti, a scrivere di Francesco Maria Di Majo come un presidente inadeguato, inetto e corpo estraneo ad una professione che non conosce (forse è vero quello che dicono e cioè che ha taroccato il suo curriculum).

Un avvocato che ama la montagna e detesta il mare. Che preferisce sciare in Austria che volare a Fort Lauderdale per cercare nuovi approdi. Che dalla dorata residenza asburgica firmava, in modo falso, decreti presidenziali facendo credere di essere a Civitavecchia.

Che invece di presenziare personalmente a riunioni con imprenditori di settore delegava e delega quel lestofante di Ivan Magrì.

Quell’ufficio (il suo) che cerca non tanto per risolvere i problemi dell’Autorità di Sistema Portuale del Tirreno Centro Settentrionale ma per venerare la sua “nuova fiamma“, un’impiegata alta e bruna che gli fa battere il cuore come ad un bambino piccolo (beato lui).

Si narra che quando la venere mora si presenta nel suo ufficio inizi a fare il pavone con tanto di baciamano e capriole da cirque du soleil ma che lei non abbia ancora ceduto al corteggiamento.

Non come il suo fedele braccio sinistro Ivan Magrì che per sfogare i suoi istinti primordiali sfreccia sull’Aurelia Bis direzione Viterbo (tabulati docet).

Torniamo però all’ultima vicenda, in ordine cronologico, sulla quale abbiamo scritto nei giorni scorsi e su cui, ieri, il presidente sciatore-innamorato ha diramato un comunicato stampa davvero imbarazzante (per chi è stato costretto a spedirlo ovviamente). Leggete e giudicate:

“L’amministrazione – dichiara in una nota – provvederà  a fornire informazioni in merito alla situazione dei contenziosi successivamente all’udienza davanti al Consiglio di Stato fissata il 5 aprile. Si ribadisce comunque che il vertice dell’AdSP insieme alla sua struttura, è da mesi al lavoro nell’esame di tutte le possibili opzioni volte ad assicurare l’integrità finanziaria dell’ente. Nel contempo – conclude il presidente di Majo – chiediamo di non divulgare notizie prive di riscontro oggettivo che possano pregiudicare l’Autorità di Sistema Portuale in una fase conclusiva dei contenziosi che si trascinano da anni». 

Di cosa parla il novello Alberto Tomba del mare?

Dello spettro default. Un allarme sui conti dell’Adsp derivato da una relazione consegnata nelle sue mani dai sindaci revisori dello stesso ente.

Fotomontaggio a cura di Francesco Fortunato (chat consiglieri)

Il nodo è il contenzioso perso con Total Erg e la sua mancata presenza alla riunione con i responsabili del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti perché lui, stava sciando a Kitzbühel.

La decisione della Cassazione di rinviare al Consiglio di Stato, anziché al giudice tributario, il giudizio sulla legittimità o meno di raddoppiare la tassa di approdo ha mandato in tilt gli uffici.

Per farlo capire al presidente sciatore pare abbiano simulato una slavina nel suo ufficio.

Adesso l’avvocatura dello Stato ed i legali dell’Autorità Portuale hanno chiesto la sospensiva, perché altrimenti la sentenza sarebbe diventata immediatamente esecutiva e Molo Vespucci avrebbe subito dovuto restituire alla società petrolifera una cifra variabile tra gli 8 e i 12 milioni di euro.

Di qui l’allarme dei revisori dei conti, perché il fondo inserito nel bilancio dell’Autorità Portuale per far fronte al debito con Total Erg derivante dalla tassa (la sovratassa è tutta ‘‘coperta’’ per circa altri 4 milioni) è di 4 milioni e qualora non venisse accolta la sospensiva rimarrebbe subito scoperta la differenza, una somma variabile tra i 4 e gli 8 milioni e quindi default finanziario per Molo Vespucci.

Adesso però c’è una cosa che al “pavone” di Molo Vespucci sfugge e cioè, da quando è presidente, da oltre 15 mesi, non ha mai riproposto un decreto di aumento della tassa, motivandolo adeguatamente come richiesto dal Consiglio di Stato andando a colmare un vuoto di cassa che oggi la Corte dei Conti potrebbe richiedere proprio a lui.

La sentenza della Cassazione se da un lato ha stabilito la competenza del giudice amministrativo (non rinviando alla commissione tributaria, che probabilmente avrebbe chiuso il contenzioso) dall’altro ha impedito che a Total Erg, unico ricorrente, si accodassero con le loro richieste di rimborso anche Enel, Eni, Sodeco e altri concessionari.

Nel contempo, però, rispetto ai quasi 2 euro a tonnellata fissati con gli aumenti, l’AdSP oggi incassa solo 0,90 euro a tonnellata, come nel 2013, per rinfuse solide (il carbone Enel essenzialmente) e prodotti petroliferi raffinati. Parliamo di 10 milioni di tonnellate di rinfuse e quindi di circa 10 milioni di euro incassati in meno dall’Autorità Portuale nel solo 2017, quando invece Di Majo avrebbe potuto (e dovuto) aumentare di nuovo le tariffe, cercando nel contempo un accordo transattivo con Total Erg.

Tutto questo invece non è avvenuto e oggi l’authority si ritrova ad aver introitato 10 milioni in meno e a rischiare di doverne sborsare subito quasi altrettanti.

E a poco varrebbe, per l’avvocato Di Majo, cercare di scaricare le responsabilità sul suo predecessore, dopo oltre un anno di colpevole inerzia, quando – fin dall’inizio – fu il Ministero stesso a segnalare all’allora neo presidente la priorità assoluta di questo dossier.

Doveva rideterminare le aliquote, motivandole con l’investimento appena effettuato per la darsena traghetti e servizi. Da allora, invece, Di Majo non ha compiuto passi avanti, non firmando un nuovo decreto, né riuscendo ad addivenire ad un accordo con Total Erg e passando da una situazione comunque potenzialmente in sicurezza al rischio di default per l’ente.

Troppo distratto a cacciare Nitrella, fare mobbing a Scolamacchia. Cercare un cavillo per licenziare Massimiliano Grasso. Trovare alchimie di ogni genere per cercare di assumere Ivan Magrì nel suo staff. Poi l’assunzione di Gorelli, quello della Corte dei Conti. L’assunzione del grillino Umberto Saccone e successivamente quella di Vincenzo Conti.

Insomma, materiale per poterlo cacciare ce n’è più che a sufficienza e per questo riteniamo che se anche l’ultimo a scaricarlo è stato Pietro Tidei la palma del suo affossatore spetta, di diritto, all’uomo delle nebbie, cioè Ivan Magrì.

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