Civitavecchia – Le gravi negligenze del presidente Di Majo stanno affossando il Porto di Roma

Trascorre più tempo in montagna e in giro a far conferenze che occuparsi dei gravi problemi economici dell’ente che guida. La sentenza della Cassazione è del novembre scorso e, ad oggi, non ha ancora emesso un decreto, motivando l’aumento delle tariffe e scongiurando il default

CIVITAVECCHIA – Francesco Maria Di Majo è stato nominato presidente dell’AdSP del mar Tirreno Centro Settentrionale perché fortemente raccomandato dagli ex del partito comunista (Giorgio Napolitano in primis) e da parte del PD con in testa il senatore Bruno Astorre.

Il suo curriculum (sul quale andrebbe fatta luce dagli inquirenti sulla veridicità dei contenuti scritti) lasciava ben sperare, ma è bastato poco tempo per capire con chi, il mondo dello shipping nostrano, avrebbe avuto a che fare.

Sentendosi un po’ ambasciatore e un po’ tirolese, con evidenti manie di protagonismo, ha iniziato prima ad andare in giro per l’Italia e poi l’Europa per presenziare e parlare in conferenze e incontri che non hanno portato alcun beneficio a Civitavecchia. Figuriamoci poi a Fiumicino e Gaeta.

Al contrario, ha permesso al suo braccio destro (pardon sinistro) Ivan Magrì, di iniziare una vera e propria “caccia” all’uomo; o meglio, alla poltrona. Senza tralasciare il fatto delle minacce fatte arrivare anche a noi, dalla chiusura del sito, a pedinamenti, intercettazioni e cose molto meno belle da scrivere.

Con il passare del tempo i problemi e le conflittualità all’interno di Molo Vespucci sono aumentate. Con tanto di lettere minatorie fatte ai dipendenti: “Se escono notizie riservate dell’ente sarete licenziati” questa la sintesi del democratico avvocato.

Ovviamente le cose, carte ed informazioni, continuano ad uscire dai suoi uffici, primo perché non c’è mai, secondo perché ne combina così tante che è praticamente impossibile silenziare anche la Corte di Cassazione, la Corte dei Conti, il Consiglio di Stato ed infine il TAR.

Niente. Insensibile al disastro a cui stava andando incontro ha continuato a sistemare i suoi amici nelle poltrone che contano. Da Paolo Risso a Umberto Saccone, da Vincenzo Conti a Ivan Magrì.

Pardon, quest’ultimo non è riuscito a sistemarlo nel suo staff perché, grazie alle nostre inchieste, fu costretto a ritirare il bando fatto a camicia per lui.

Però, a quanto pare, ci sarebbe trascritta, nero su bianco, qualche telefonatina di raccomandazione del presidente a qualche rinomata azienda che, non perdendo tempo, gli ha affidato corpose consulenze e, giammai, anche incarichi da amministratore.

Queste telefonate ed incontri effettuati (da qualcuno di loro) spesso al Fungo in zona Eur, noto ritrovo romano della Banda della Magliana alla fine degli anni ’80, sarebbero oggetto di riflessione da parte di qualche inquirente.

Strano però che il suo personalissimo servizio di intelligence non lo abbia avvisato di quello a cui stava andando incontro. Davvero strano. Anche perché sul progetto del bacino di carenaggio già se ne dicono delle belle su cene, incontri fugaci in autogrill e via discorrendo.

Tornando però al nero su bianco o, come dicevano i latini “verba volant scripta manent” quello che sta facendo discutere in questi giorni la politica è il rischio di default a cui, il buon Di Majo, ha esposto l’AdSP del Mar Tirreno Centro Settentrionale.

Conoscete bene o male la storia. Aumento delle tariffe a Total Erg, ricorsi, contro ricorsi ed infine sentenze.

Quella che rischia di mettere in ginocchio Molo Vespucci è della Corte di Cassazione e porta la data 21 novembre 2017. La data di pubblicazione della sentenza è del 27 dicembre 2017 quando, dalle Alpi Austriache, tra un fuori pista e un balletto in costume sudtirolese, il buon Maria Di Majo faceva finta di essere a Civitavecchia nel suo ufficio sudato a firmare il decreto di aumento delle tariffe in favore della PAS e del suo amico grillino Umberto Saccone, i latini avrebbero scritto tabulae sunt in medio, quae se corruptas esse clamant (questi registri che sono sotto i vostri occhi ci dicono che sono stati falsificati):

 

decreto_presidente_307-2017

 

Anche questo decreto fu firmato a Civitavecchia dal presidente Di Majo mentre stava in Austria il 27 dello stesso giorno tabulas publicas commuto (falsificare i pubblici registri):

 

decreto_presidente_308-2017

 

Ecco. Firmava questi decreti e gli sfuggiva, guarda il caso, la pubblicazione di una sentenza della Corte di Cassazione così importante e delicata per l’ente:

 

sentenza cassazione

 

Come avete avuto modo di leggere nella senza del giudice di Cassazione: “Disposta la riunione dei giudizi, il Tar accolse le censure concernenti l’assenza di motivazione dei decreti e la scelta d’incidere soltanto su una delle categorie merceologiche rilevanti ai fini della tassa portuale”.

Cioè, pur non dovendo, “l’ermellino” ha dato un suggerimento a Di Majo, che stava seduto quel giorno in modo virtuale a Molo Vespucci per firmare gli altri decreti: “scrivi un decreto e motivane bene il perché vanno adeguate le tariffe”.

Niente. Spenta la macchina del teletrasporto. nella sua attillatissima tutina da sci con una livrea bianca e ros(s)a ha sottovalutato quello scritto. Già, altrimenti leggendo, avrebbe capito il significato di questo:

Di contro il Consiglio di Stato ha declinato la giurisdizione amministrativa ed ha affermato quella del giudice tributario. Ha al riguardo sostenuto che i decreti dinanzi indicati abbiano inciso in via immediata e diretta sugli aspetti tributari del rapporto fra le società e l’amministrazione. Secondo il giudice d’appello, nel modificare le aliquote, i decreti sono direttamente impositivi, poiché il computo dell’imposta dovuta discende dal mero conteggio aritmetico delle merci, soggette all’aliquota, trasportate nel porto di riferimento.

Contro questa sentenza propongono ricorso le due società, che articolano in due motivi, e che illustrano con memoria, cui reagiscono con controricorso l’Autorità portuale, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli ed il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.

Ragioni della decisione.

1.- Coi due motivi di ricorso, da esaminare congiuntamente perché connessi, le ricorrenti denunciano la violazione delle regole sulla giurisdizione e, in particolare, dell’art. 7 del codice del processo amministrativo e dell’art. 7 della I. 27 luglio 2000, n. 212 (primo motivo), nonché degli artt. 2, 7 e 19 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 (secondo motivo).

A sostegno dei motivi affermano che i provvedimenti impugnati hanno determinato a monte ed in via generale i criteri di applicazione del tributo e non già lo specifico rapporto tributario e che tali provvedimenti non rientrano nel novero degli atti impugnabili dinanzi al giudice tributario.

La censura è fondata nei limiti di seguito precisati.

1.1.- Il contenzioso tributario è concepito come processo impugnatorio di provvedimenti autoritativi; ed il provvedimento autoritativo impugnabile dinanzi al giudice tributario postula che con esso l’Amministrazione finanziaria comunichi al contribuente una pretesa tributaria ormai definita, ossia compiuta e non condizionata (Cass., sez. un., 24 luglio 2007, n. 16293).

Non vi è spazio per l’impugnazione di atti che possono coinvolgere un numero indeterminato di soggetti con pronuncia avente efficacia nei confronti della generalità dei contribuenti
(Cass., sez. un., 18 aprile 2016, n. 7665).

E l’individuazione delle aliquote, che individua un parametro di valenza generale utile alla quantificazione del debito d’imposta, non può che rientrare nel novero di tali atti; è, difatti, la concreta quantificazione dell’imposta, ragguagliata, oltre che all’aliquota, alla base imponibile, a identificare la pretesa impositiva.

2.- La controversia concernente i decreti di determinazione delle aliquote esula pertanto dalla giurisdizione delle commissioni tributarie, il potere di annullamento delle quali riguarda soltanto gli atti indicati dall’art. 19 del d.lgs. n. 546/92 o a questi assimilabili.

Lo si ricava in maniera espressa dal 5 0 comma dell’art. 7 del suddetto decreto legislativo, secondo cui «le commissioni tributarie, se ritengono illegittimo un regolamento o un atto generale rilevante ai fini della decisione, non lo applicano, in relazione all’oggetto dedotto in giudizio, salva l’eventuale impugnazione nella diversa sede competente»: con la norma, il legislatore ha circoscritto il potere di cognizione del giudice tributario in ordine a tali atti nei confini della cognizione incidentale (arg. da Cass., sez.un., 16 gennaio 2015, nn. 643 e 644).

1.3.- Non è possibile pervenire a diverse conclusioni per il fatto che alcuni degli atti impugnati, con riferimento, in particolare, alla nota dell’Agenzia delle dogane indicata in narrativa, siano stati comunicati alle società.

La notificazione dell’atto amministrativo, come anche la sua comunicazione, non è difatti requisito di giuridica esistenza e perfezionamento dell’atto impositivo (tra varie, Cass. 24 aprile 2015, n. 8374).

2.- In accoglimento del ricorso, va quindi cassata la sentenza impugnata, con rinvio, anche per le spese, al Consiglio di Stato in diversa composizione.

Per questi motivi

accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, al Consiglio di Stato in diversa composizione.

Così deciso in Roma, in data 21 novembre 2017.

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