Scacco ai Casamonica, 37 arresti a Roma

“A Roma semo i più forti!”. “A Roma ci stanno i Casamonica e basta. Nessuno ci viene a rompere il c…”. Dopo anni di continui soprusi, vessazioni, intimidazioni, minacce e aggressioni, la Procura capitolina mette sotto scacco il “regno” dei Casamonica.Per la prima volta è stata contestata l’accusa di associazione mafiosa al clan di estrazione sinti e rom che opera nel quadrante est della città, in zona Appia-Tuscolana, con roccaforte nel vicolo di Porta Furba. Emigrati dall’Abruzzo nella Capitale negli anni 60-70, finora i Casamonica hanno controllato il territorio con arroganza e senso dell’impunità, anche attraverso accordi con altre organizzazioni criminali (‘ndrangheta e camorra), “sopprimendo i soggetti che a quel controllo si contrappongono”. Le indagini dei carabinieri della compagnia di Frascati, coordinate dai pm della Dda romana Michele Prestipino e Giovanni Musarò, hanno dimostrato che agiscono da “padroni incontrastati”, terrorizzando gli abitanti e inducendoli a diventare omertosi. Si infiltrano nell’economia legale, acquisendo attività commerciali (discoteche, ristoranti, centri estetici), attraverso intestazioni a prestanome e società schermo. Gestiscono attività di usura, spaccio di stupefacenti, estorsioni e hanno la disponibilità di armi (si parla nelle intercettazioni di una pistola mitragliatrice, un fucile a canne mozze e una 9×21).

Sono 37 le persone per cui il gip del Tribunale di Roma Gaspare Sturzo ha ordinato la misura cautelare in carcere, di cui sei sono tuttora ricercati. Sedici arrestati portano il cognome Casamonica: a cominciare da Giuseppe, detto Bitalo, considerato colui che dirige il sodalizio, pianifica e individua le azioni da compiere e le vittime da colpire, impartisce direttive agli altri associati e, a volte, partecipa direttamente ad alcuni delitti. Pur essendo detenuto, a partire da gennaio del 2009, ha continuato a coordinare il clan, grazie agli aggiornamenti che gli fornivano durante i colloqui i suoi familiari: a cominciare dalla sorella Liliana (detta Stefania), che fungeva da contabile dell’organizzazione. Tra gli arrestati ci sono anche sei membri della famiglia Spada, compreso Domenico il pugile, detto “Vulcano”.

Fondamentale è stata la collaborazione di due testimoni di giustizia, in particolare la moglie di Massimiliano Casamonica e il membro di una famiglia di ‘ndrangheta. Partendo dalle loro preziose rivelazioni, integrate dalle dichiarazioni di testimoni e persone offese, da intercettazioni, perquisizioni, sequestri e precedenti procedimenti giudiziari, gli inquirenti sono arrivati alla conclusione che “non si tratti di un’occasionale attività criminosa di singoli esponenti della stessa famiglia, ma il modello effettivo di un sistema criminale organizzato”.

Il funerale in stile “Padrino” del capostipite Vittorio Casamonica, celebrato nell’agosto di tre anni fa nel quartiere Don Bosco con carrozze, cavalli e petali di rosa lanciati dall’elicottero, è stato visto dal gip come un “chiaro messaggio alla città di Roma” della loro potenza. Il defunto, definito il “re degli zingari”, viene descritto da alcuni testimoni come “un pezzo da 90 a livello di forze dell’ordine e Vaticano”, a cui non mancavano le “amicizie politiche”. Molti dei soggetti arrestati oggi hanno partecipato alle celebrazioni funebri con costosi orologi Rolex al polso (un simbolo distintivo, nonché veicolo di riciclaggio), ostentando una ricchezza che si giustifica solo come frutto di attività illecite. “C’avete il più grosso capitale d’oro a Roma”, riconosce uno degli indagati a un membro della famiglia. “I Casamonica sono malati di potere”, conferma la testimone di giustizia.

La loro forza intimidatrice trova riscontro nel fatto che alcune vittime, convocate dagli inquirenti, hanno dichiarato il falso, rischiando di essere incriminati, piuttosto che accusare il clan. “Non li puoi denunciare se no passi i guai. Sono 15 anni che ho paura di questa gente”. O ancora: “Se devo comprarmi la tranquillità e devo dare una o due piotte, gliele dò”. Una consapevolezza, o meglio, uno stato di assoggettamento e omertà, che hanno non solo le persone offese, ma più in generale l’intera cittadinanza romana, che “ben conosce – si legge nell’ordinanza – la fama della famiglia Casamonica”.

C’è un’intercettazione risalente al settembre 2000, parte di un’altra indagine finita con sentenza passata in giudicato, in cui Giuseppe Casamonica (tra gli arrestati di oggi) spiega bene questo concetto: “Tu quando dici Casamonica a Roma hai detto qualcosa. La gente a Roma ci conosce tutta. Sei milioni di persone ci conoscono”. Persino Enrico Nicoletti, ex cassiere della Banda della Magliana, si sarebbe servito negli anni ’80 dei Casamonica – guidati da Vittorio – per riscuotere i crediti usurari.

Mentre più di recente, nell’inchiesta Mafia Capitale è emerso che Luciano Casamonica aveva uno stretto rapporto con Massimo Carminati, tanto che quest’ultimo si era rivolto a lui per gestire la situazione nel campo nomadi di Castel Romano. La forza numerica del clan, composta da centinaia di cugini, fa la differenza. “Un gruppo di romani davanti ai Casamonica non sono nessuno, anche se sparano. Perché sono tanti”, spiega uno dei due testimoni di giustizia.

“La famiglia nostra è tutta unita, cioè l’importanza è che uno sta unito con l’altro (…) È la razza propria che è fatta in questa maniera. Se a me mi serve una cosa (…) posso andare da mio cugino, da mio zio e via dicendo”, confermano le parole carpite da Giuseppe Casamonica in un’intercettazione del 2000.

https://youtu.be/jWGdEeKBXhM
 
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