Mafia, una Cupola collegiale e il divieto di tradire la moglie: così dopo Riina Cosa nostra è tornata alle vecchie regole

Le affiliazioni ma anche la “Cosa scritta”, cioè la verbalizzazione delle norme da seguire: compreso il divieto di adulterio. È una piovra che cerca di tornare ai precetti di un tempo quella che emerge dall’ultima operazione della procura di Palermo. Vecchi comandamenti per cercare di riportare in auge Cosa nostra, che gli investigatori considerano oggi in una “situazione di crisi” ma con una capacità di “adottare strategie sempre più sofisticate di riorganizzazione”. E che dopo la morte di Riina è tornata a dotarsi di una commissione provinciale: un organo centrale con funzioni di direzione dei vari clan

ROMA – Non solo una nuova commissione con un nuovo capo dei capi. Ma anche una “cosa scritta”, cioè la verbalizzazione delle vecchie regole dell’onorata società che boss e gregari sono tenuti di nuovo a rispettare. Compreso uno dei precetti più antichi: un uomo d’onore non può avere relazioni extraconiugali, altrimenti è fuori dall’organizzazione. Una regola che in passato aveva bloccato la carriera criminale di Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi e dalle mille avventure sentimentali. È una mafia che cerca di tornare alle regole di un tempo quella che emerge dall’ultima operazione della procura di Palermo. Vecchi comandamenti per cercare di riportare in auge la prima piovra, che gli investigatori considerano oggi in una “situazione di crisi” ma con una capacità di “adottare strategie sempre più sofisticate di riorganizzazione volte a superare l’attuale difficile momento storico per potersi poi ripresentare con rinnovata potenza e capacità di inquinare l’ordine sociale”.

“Vitale necessità di trovare unione” – È per questo motivo che Cosa nostra aveva la “vitale necessità di trovare unione e rappresentatività comune sul territorio”. Probabilmente la scoperta più importante che ha fatto l’ufficio inquirente guidato dal procuratore Francesco Lo Voi. I carabinieri hanno ricostruito estorsioni, il sempre di moda spaccio di stupefacenti, la gestione del territorio e persino un omicidio mancato: quello di un malavitoso che infastidiva commercianti protetti dai boss di Villabate. Resta avvolto nel mistero, invece, l’assassinio di Giuseppe Dainotti, abbattuto il 22 maggio del 2017 mentre andava in bicicletta dopo più di vent’anni di galera. Un omicidio che i boss considerano tra le “cose che fanno solo male”.

L’organismo collegiale dopo la morte di Riina – Ma soprattutto gli uomini del colonnello Antonio Di Stasio hanno documentato quello che investigatori di ogni livello sospettavano da mesi: Cosa nostra ha riunito la sua Cupola e si è data un nuovo capo dei capi. Ci provava dal 2008 visto che quello in carica era recluso al 41 bis da venticinque anni. C’è riuscita soltanto sei mesi dopo la morte di Totò Riina, il dittatore che aveva accentrato su di sé ogni decisione fino alle stragi degli anni Novanta. Sarà anche per questo motivo che la nuova commissione è tornata a essere un “organismo collegiale” e democratico, con i mandamenti del capoluogo siciliano che tornano ad essere centrali, a differenza della lunga stagione dei corleonesi. Non è un caso, quindi, che nella nuova Cupola non ci sia posto per Matteo Messina Denaro, indicato come l’erede di Riina ma essendo di Castelvetrano – oltre che latitante dal 1993 – escluso dalla nuova catena di comando.

La commissione si riunisce all’ora di pranzo –  È il 29 maggio del 2018 e all’ora di pranzo in un posto rimasto segreto la piovra riunisce la nuova commissione dei capi mandamento. A presiederla è quello che viene indicato come il nuovo capo dei capi: si chiama Settimo Mineo, ed è un ottantenne già condannato al Maxi processo istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il suo nome era contenuto persino nelle dichiarazioni di Buscetta: il nuovo capo dei capi, dunque, non è un volto nuovo di Cosa nostra. Tutt’altro: è il più anziano e autorevole dei mafiosi in circolazione. Non usa telefoni cellulari, va in giro soprattutto a piedi, ed è uno che ai comandamenti della mafia di un tempo ci tiene. Compreso il rituale di affiliazione dei nuovi boss, che ancora oggi si compie con testimoni, “puncitine” e immagini sacre bruciate. E infatti durante la riunione prende “la parola” per chiedere “a tutti gli intervenuti il rispetto delle regole spiegandone i contenuti e le modalità di esecuzione”. Primo precetto: “I contatti intermandamentali dovevano essere mantenuti esclusivamente dai reggenti dei mandamenti (“referenti”) per cui, in caso di problematiche sorte all’interno di un mandamento, non potevano in alcun modo intervenire uomini d’onore appartenenti ad altro mandamento”. Insomma: nessuno potrà fare più di testa sua. Ogni interlocuzione tra i vari clan va tenuta soltanto tra i rispettivi vertici.

“La prima regola: non parlare a casa degli altri” – “È una regola proprio la prima! Nessuno è autorizzato a poter parlare dentro la casa degli altri… siccome c’è un referente”, dice intercettato Francesco Colletti, il reggente del mandamento di Villabate. È grazie alle sue parole se gli investigatori hanno saputo dell’ultimo summit. Anche se sono tornati alle regole di un tempo, infatti, i padrini vivono comunque la modernità. E cercano di evitare di farsi incastrare, cambiando automobili, affidando i telefoni cellulari ad altre persone mentre si recano al vertice. È per questo motivo che il luogo della riunione della commissione è rimasto sconosciuto agli investigatori. A svelare cosa è successo a quel summit, però, è lo stesso Colletti mentre parla con il suo autista Filippo Cusimano a bordo della sua automobile. “Si è fatta comunque una bella cosa.. per me è una bella cosa questa.. molto seria… molto…con bella gente.. bella! Grande! Gente di paese.. gente vecchi gente di ovunque”, dice intercettato, poche ore dopo il vertice. Era stato sempre il reggente di Villabate che già nei mesi precedenti aveva attirato l’attenzione degli investigatori su Mineo: “Lo fecero capo mandamento a Settimo, lo hanno fatto capo mandamento”, dice senza specificare se il gioielliere ottantenne fosse stato votato democraticamente dagli altri boss come avveniva un tempo, o se invece sia stato individuato senza alcuna votazione.

Niente adulterio. “Ma non è che uno non può scopare” – È sempre Colletti che l’11 ottobre redarguisce il suo autista, ricordandogli le “nuove vecchie regole” di Cosa nostra: “C’è un … una cosa scritta che ti farò leggere … ma tutti quanti.. la prima di tutti c’è scritto questo… c’è scritto che non ne puoi avere ingazzamenti (relazioni extraconiugali ndr) proprio è chiaro mettere fuori a chiunque con.. tutti sti discorsi capito?”. Tradotto: un uomo d’onore non può avere altre donne se non la sua legittima moglie. Ovviamente, però, non è proibito il tradimento tout court: è l’apparenza quella che conta. “ No – continua Colletti – non è che la c’è scritto che uno non può scopare (ride ndr), non si deve fare sapere . Però una cosa è una relazione una cosa è minchia ‘me ne sono andato alla fiera e mi sono tignato tre femmine tutte in una sera‘, questo lo sappiamo noialtri, ci siamo? Sono cose diverse, chi non ha peccato scagli la prima pietra…giusto è”.

Un summit riservato ai pezzi da novanta – A quel summit presieduto da Mineo si sarebbero seduti Gregorio Di Giovanni, il “Reuccio” di Porta nuova, Filippo Bisconti , reggente del mandamento di Misilmeri/Belmonte Mezzagno, più un’altra decina di boss. Solo i più importanti, però. A spiegarlo è lo stesso Colletti che racconta come altri padrini, “sebbene ricoprissero ruoli apicali nelle rispettive articolazioni mafiose, non ricoprivano la carica necessaria per poter partecipare alla riunione che era riservata esclusivamente ai diversi reggenti o rappresentanti dei mandamenti”. Era il caso di Salvatore Pispicia, uomo di punta del clan di Porta Nuova e cugino di Gregorio Di Giovanni, Franco Caponnetto di Villabate, Giovanni Sirchia di Passo di Rigano, presente fisicamente all’incontro ma costretto a rimanere fuori dal locale non essendo in possesso dei gradi necessari. Franco Picone, uomo d’onore della Noce, che però essendo un mandamento senza reggente, alla riunione era stata rappresentata da un “consigliere”. Seduti a discutere del futuro di Cosa nostra c’erano anche altri padrini: “Gente di paese, gente vecchi, gente di ovunque”.

Ritorno all’hotel delle Palme – Parole che per i magistrati coordinati dal procuratore aggiunto Salvo De Luca sono più di una prova. Quel summit del 29 maggio era “un incontro formale finalizzato a costituire un organo centrale con funzioni di direzione sulle attività criminali di rilievo intermandamentale, avente capacità di dirimere i contrasti tra i componenti delle varie articolazioni, potestà sanzionatoria, nonché l’autorità per scegliere i vertici delle famiglie mafiose, come a suo tempo riferito da Tommaso Buscetta nelle sue dichiarazioni”. Don Masino aveva fatto risalire l’origine del vertice codificato della piovra al summit del Grand Hotel delle Palme di Palermo, quando nel 1957 nella hall del lussuoso albergo i padrini siciliani incontrarono i gangster americani, tornati a casa per provare a fare evolvere gli antiquati cugini. Gli americani suggerirono ai siciliani anche il nome da dare all’organizzazione: Lcn, acronimo di “La Cosa nostra”. Dopo due guerre di mafia, la mattanza dei corleonesi, le stragi e più di mezzo secolo di terrore, i padrini provano a ripartire da lì.

Cosa Nostra era tornata all’antico per eleggere il nuovo capo dei capi. Dopo la morte di Totò Riina, i capi mandamento avevano rimesso in piedi la Commissione provinciale per stabilire chi sarebbe stato l’erede del padrino di Corleone, deceduto poco più di un anno fa. E avevano scelto Settimino Mineo, 80 anni, ufficialmente gioielliere, con un “curriculum” mafioso lungo decenni. Né Matteo Messina Denaro né nuove leve: la Cupola– mai convocata dall’arresto di Riina, l’unico che poteva riunire il gran summit del gotha mafioso siciliano – aveva deciso di ripartire da un ottuagenario che negli anni aveva mostrato fedeltà e discrezione. Senza dimenticare i nuovi business e le stringenti necessità che, ha spiegato il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, avevano portato a “cogestioni tra Cosa nostra e ‘ndrangheta ma anche tra Cosa nostra e la camorra, soprattutto per il traffico di cocaina” e “in materia di rifiuti ad esempio”.

La riunione dei capimandamento il 29 maggio – È quanto ricostruito dall’inchiesta della Dda di Palermo che ha portato al fermo di Mineo e di altre 45 persone. Dopo il decesso di Riina nel carcere di Parma il 17 novembre 2017 e una vacatio di qualche mese, stando a quanto accertato dai magistrati guidati dal procuratore capo Francesco Lo Voi, Mineo era stato designato al vertice dalla Commissione provinciale il 29 maggio scorso: segno che i clan avevano scelto di tornare alla struttura unitaria di un tempo. “Nel corso della riunione dei vertici di Cosa nostra – ha spiegato il procuratore capo di Palermo – è stato riconosciuto il nuovo capo, quello che potremmo definire il ‘Presidente della Commissione’ di Cosa nostra.

Lo Voi: “Si è discusso delle nuove regole” – Quella riunione è stata individuata, anche per il tenore delle frasi, come la prima nuova riunione della rinnovata Commissione, nel corso della quale, dopo avere adottato cautele per raggiungere il luogo dell’incontro, si è discusso delle nuove regole”. Perché c’era l’esigenza di ristabilire delle regole “che si erano perse per strada”, ha aggiunto Lo Voi. “Che questa fosse una riunione di Commissione si ricava anche dal fatto che importanti soggetti di Cosa nostra e noti alle forze dell’ordine, benché presenti non avevano avuto diritto a partecipare alla riunione. Pur essendo capifamiglia dovevano restare fuori. Solo i capimandamento potevano essere presenti. Quindi un ritorno alle vecchie regole”, ha sottolineato.

Non usava telefoni e si muoveva a piedi – Così era stato scelto Mineo come nuova guida, probabilmente con cerimonia dei pizzini. L’erede di Riina quindi non è Matteo Messina Denaro, la cui influenza resterebbe confinata al mandamento di Trapani. L’ultimo stragista in libertà “non comanda la provincia di Palermo”, ha ribadito l’aggiunto Salvatore De Luca in conferenza stampa confermando quanto prospettato negli scorsi mesi da diversi inquirenti a Ilfattoquotidiano.it. Cosa Nostra aveva deciso di affidarsi a un anziano padrino che – come è emerso dalle indagini dei carabinieri, guidati dal colonnello Antonio Di Stasio – aveva il terrore di essere intercettato. Per questo non usava telefoni e spesso si muoveva a piedi per le strade di Palermo. Oltre a Mineo, gli inquirenti ritengono accertata la scelta di Filippo Bisconti, reggente del mandamento mafioso di Misilmeri-Belmonte Mezzagno e Gregorio Di Giovanni, reggente del clan Porta Nuova, come i capi della nuova Cupola di Cosa nostra.

Mineo “soggetto di maggior autorevolezza” – Tra di loro spiccherebbe Mineo come “il soggetto di maggior autorevolezzache aveva preso la parola durante la riunione e aveva chiesto a tutti gli intervenuti il rispetto delle regole spiegandone i contenuti e le modalità di esecuzione”, scrivono i magistrati nel provvedimento di fermo al termine dell’inchiesta coordinata dall’aggiunto Salvatore De Luca e dai pm Francesca MazzoccoAmelia LuiseDario ScalettaGaspare Spedale e Bruno Brucoli.  Le accuse per gli indagati sono di associazione mafiosa, estorsione aggravata, intestazione fittizia di beni, porto abusivo di armi, danneggiamento a mezzo incendio, concorso esterno.

L’intercettazione: “Abbiamo fatto una bella cosa” – Già condannato a 5 anni al maxi processo istruito da Giovanni Falcone, Mineo – di cui già il pentito Tommaso Buscetta fece il nome – fu riarrestato 12 anni fa per poi tornare in libertà dopo una condanna a 11 anni. Gli investigatori sono riusciti, nel corso delle indagini, a “cogliere in presa diretta la fase di riorganizzazione in atto all’interno di Cosa nostra”. A rivelare i dettagli, non sapendo di essere intercettato, è il reggente del mandamento di Villabate Francesco Colletti. “Si è fatta comunque una bella cosa.. per me è una bella cosa questa.. molto seria… molto…con bella gente.. bella! grande! gente di paese.. gente vecchi gente di ovunque”, diceva Colletti raccontando al suo autista Filippo Cusimano che, durante la riunione del 29 maggio con gli altri capi dei clan, era stato stabilito che i contatti “intermandamentali” dovevano essere mantenuti esclusivamente dai reggenti per cui, in caso di problemi sorti all’interno di un mandamento, non potevano in alcun modo intervenire uomini d’onore appartenenti ad altra zona. 

Le regole: “Nessuno parli a casa degli altri” – “E una regola proprio la prima!… nessuno è autorizzato a poter parlare dentro la casa degli altri… siccome c’è un referente..”, diceva. Chi avesse violato la “norma” sarebbe stato allontanato dalla propria “famiglia” di appartenenza. “Dice basta che tu mi vieni qua da me e mi dici ‘lo sai è venuto uno ed è venuto a fare discorsi a Villabate…’ – spiegava Coletti – appena finiamo viene convocato… dal suo…e viene messo fuori perché ci spieghiamo le regole e non le vogliono capire… e allora prendiamo e lo mettiamo fuori subito”.

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