Civitavecchia – Di Majo ha perso la causa contro Pasqualino Monti. L’AdSP non avrà indietro 150mila euro ma dovrà restituirne più di 100mila euro oltre le spese legali

Il presidente di Molo Vespucci, ormai famoso per le cause perse, ha ricevuto l’ennesimo schiaffo giudiziario e dovrà risarcire il suo predecessore

CIVITAVECCHIA – Francesco Maria Di Majo è l’attuale presidente (purtroppo per il MIT e la città) dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centro Settentrionale. Una decina di giorni fa ha perso un’altra delle tante cause che ha intentato a destra e manca. Questa volta contro il suo predecessore e cioè Pasqualino Monti.

Se Di Majo dovesse tornare alla libera professione, quella nobile dell’avvocatura, per trovare un cliente pronto ad affidargli un caso sarà praticamente impossibile.

Già in affanno come presidente di un porto, si è cimentato e all’inizio era il suo vanto, di scrivere personalmente le basi di esposti e ricorsi contro questo o quello.

Speriamo che la vertenza contro Pasqualino Monti non sia farina del suo sacco perché la Ministra, questa volta, potrebbe davvero fargli fare le valige e non aspettare la fine del suo mandato che è tra poco più di due mesi.

Ma andiamo all’ennesima causa persa.

Il Tribunale di Civitavecchia, il 6 febbraio scorso, con sentenza del giudice del lavoro Elisa Bertillo ha messo la parola fine ad uno dei primi scontri che Di Majo iniziò ad avere con Pasqualino Monti.

Su richiesta di Molo Vespucci, sposata dal MIT (Ministero dei Trasporti), avevano intimato all’ex numero uno Monti di restituire somme ingiustamente percepite e, nel frattempo, gli furono decurtati degli importi che avrebbe dovuto avere.

Con ricorso depositato in data 21 marzo 2017, Pasqualino Monti ha esposto che, con decreto ministeriale del 7 giugno 2011, è stato nominato Presidente dell’Autorità Portuale di Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta, soppressa per effetto del d.lgs. n. 169/2016 e divenuta Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno centro-settentrionale, carica ricoperta sino al 23 luglio 2015; che in seguito è stato nominato commissario straordinario dalla medesima Autorità per due mandati consecutivi, cessando dal relativo incarico in data 5 agosto 2016.

In forza della posizione rivestita, ha percepito l’emolumento previsto dal decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti del 31 marzo 2003 (cfr. doc. n. 5 fasc. ric.), che all’art. 1 dispone che «Ai presidenti delle Autorità portuali nominati o confermati successivamente alla data del presente decreto spetta per tutta la durata del mandato un emolumento corrispondente al trattamento economico fondamentale previsto per i dirigenti generali del Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, moltiplicato per i seguenti coefficienti: – 2,6 per le autorità portuali nel cui porto o porti nel triennio precedente si sia registrato un volume di traffico medio annuo superiore a 17 milioni di tonnellate al netto del 90% delle rinfuse liquide o a 500,000 TEU; – 2,2 per tutte le altre autorità portuali».

In particolare, ha chiarito che il volume del traffico medio del porto di Civitavecchia è sempre stato considerato dall’Autorità Portuale tale da consentire di applicare il coefficiente maggiore di 2,6.

Tuttavia, con nota del 7 novembre 2016 (cfr. doc. n. 1 fasc. ric.), l’Autorità Portuale aveva comunicato a di ritenere non corretto il calcolo dell’emolumento corrisposto sulla base del coefficiente di 2,6 e, per l’effetto, rideterminato l’importo di esso in base all’applicazione retroattiva del minor coefficiente di 2,2, intimando la restituzione della somma di €155.854,22 che assume essere stata corrisposta in eccesso.

Pasqualino Monti ha quindi impugnato il provvedimento di fronte al Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, che, con sentenza del 27 gennaio 2017 ha dichiarato il proprio difetto di giurisdizione.

Regolarmente citate, le amministrazioni convenute si sono costituite e hanno eccepito in via preliminare l’inammissibilità del ricorso, e chiesto, nel merito, il rigetto. In via riconvenzionale hanno domandato la condanna del ricorrente al pagamento dell’importo di €155.854,33.

Invece il giudice del lavoro ha riconosciuto le motivazioni di Monti, ha stabilito che non dovrà restituire quella somma perché legittimamente assunta ma v’è di più. L’Autorità di Sistema dovrà pagare la differenza non applicata del coefficiente 2.6 e quindi integrare quei 155mila e rotti con altre 100mila e passa euro oltre le spese legali.

ECCO LA SENTENZA INTEGRALE

 

Sentenza Pasqualino Monti.pdf
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